...perchè la mia vita è una sit-com???
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Quando passi le giornate al lavoro, non a lavorare, ma a cercare lavori altrove. Perché vorresti trasferirti a Napoli, per tentare il tutto per tutto. Perché vorresti trasferirti a Roma, perché quella città ti è piaciuta in un modo folle, e perché lì ti sei ri-innamorato. Perché vorresti tornare a Genova, perché lì hai affetti a cui aggrapparti.
Quando passi la giornata a toccarti quel livido sul braccio, perché il lieve dolore ti rievoca quella toccata e fuga in centro Italia.
Quando stai un’ora di più in ufficio, perché hai paura di tornare a casa, perché lì non hai nulla da fare se non pensare.
Quando stai lì, a guardarti quel libro, senza avere il coraggio di continuare a leggerlo, perché è il libro che hai iniziato in treno, tornando il 9 agosto dalla Capitale. E forse se non lo finirai mai cristallizzerai il momento.
Quando tornando a casa alla radio capiti per caso su una stazione che ti trasmette “Diluvi Universali” e dopo il “troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane” scoppi a piangere. E no, non ti era veramente mai successo prima, di piangere mentre guidi.
Allora capisci che sei veramente lì lì, a due passi da sfracellarti contro il fondo.
Questa continua a essere inesorabilmente l’estate più assurda della mia vita. E quella più intensa. Dopo tre settimane in cui tutto fila, in cui le cose sembrano ritornare come qualche mese fa, in cui mi sento dire “ho bisogni di te”, all’improvviso mi sento dire “devo stare da solo”. E se è vero che ho a che fare con una mina vagante, è vero anche che io sono totalmente alla deriva. Questa volta però decido di prendere io l’iniziativa, di impormi. Perché quando si sta assieme si sta bene, cazzo. E allora basta fare il superuomo, basta voler fare da soli, quando è evidente che da soli non ci si basta. E allora compro il biglietto del treno, solo andata, al ritorno ci penserò a suo tempo. Prenoto l’albergo, mi do malato e parto. Prima però mi tingo i capelli. Di blu. Non per il colore, ma per tutto quello che ciò rappresenta.
E mi ritrovo in una camera d’albergo ad aspettare. Mi ritrovo ad arrendermi e dopo poche ore a disdire la camera e a prepararmi per tornare al nord. E mi ritrovo ad aprire la porta, perché qualcuno bussa. Non la cameriera, come ero sicuro, ma colui per cui sto facendo tutto questo. Piango. Piange. Il muro piano piano si sgretola. Perché io sono così, sono un panzer inarrestabile con un arsenale di armi che una volta fata breccia ti fanno stare bene. E me lo dice in stazione, mentre aspettiamo il terno, mentre seduto sui gradini mi guardi, che sei stato bene, con me. Come sempre. E me lo dice per telefono, qualche giorno dopo.
E poi però mi dici che devi stare solo, di nuovo…e io torno alla deriva….
Ritorno a queste pagine dopo un periodo complicatissimo, intensissimo, bellissimo e dolorosissimo. C'è stato il matrimonio di un'amica. Il primo a cui mi ha fatto realmente piacere partecipare. Il primo in cui ho fatto il testimone. C'è stato il concerto di Madonna, a Roma. Soprattutto c'è stata la vacanza, a Roma. Ci sono state mani che si sono strette dopo tanto. Occhi che si sono specchiati. Baci che mi hanno aggrovigliato lo stomaco. Anelli che sono passati da un dito ad un altro. Da una mano ad un'altra. Dal loro proprietario, al loro temporaneo nuovo custode. Ci sono state persone deluse. E come cornice tutta la bellezza di quela città. C'è stato il ritorno a casa, e la separazione. E ora c'è la paura e l'abbandono. E qualcuno che si sta inesorabilmente lasciando morire, senza lasciarmi fare nulla....